Ciò che ci accomuna.

Spesso si sente dire che gli animali assomigliano ai loro umani e viceversa. Non so se esista una regola, ma sono convinta che la convivenza e la forza del legame possa agevolare la convergenza degli interessi, delle abitudini e delle caratteristiche delle varie “coppie”. Nel mio caso, posso rilevare alcuni tratti del carattere di Penelope che ricordano il mio, e non c’è alcun dubbio che questa somiglianza sia dovuta ad un vero e proprio “travaso” delle abitudini. La mia micina, abituata a vivere tra i libri con cui io “lavoro” e che tanto amo, adora affondare le narici tra le pagine e respirare il profumo della carta, esattamente come me. Avendo un’umana piuttosto apprensiva che evita di lasciarla sola di fronte alle nuove esperienze e ai pericoli, ha sviluppato un carattere tendenzialmente pauroso e incline agli “estremismi”. Esattamente come me, Penelope è spesso combattuta tra il desiderio e l’istinto di osare, e il terrore di farlo davvero. Un altro tratto che ci accomuna è l’amore per il “dialogo”. Ho sempre abituato la mia micina ad ascoltare la voce umana: spesso studio e lavoro a voce alta, per non parlare di tutto il tempo che trascorro parlandole, raccontandole le mie idee e i miei pensieri – un’abitudine che, da una parte, aiuta me nelle pratiche di ricerca e scrittura e, dall’altra, fa sentire lei sempre partecipe e coccolata. Ascoltando la mia voce e ricevendo varie sollecitazioni a “rispondere”, Penelope è diventata una vera chiacchierona. Miagola, parlotta, formula le sue richieste, capisce le mie, usa la voce e ama dire la sua, proprio come me. Dispone di una gamma variegata di strumenti vocali, ed è bellissimo sentirla mentre esercita la sua facoltà di libera espressione. Giusto perché sappiate che non mento:

La dipendenza

Mi sto letteralmente scervellando per cercare di approntare una tecnica, un percorso, un metodo per insegnare alla mia micina a comportarsi come si deve quando non dormo a casa con lei. Proprio la scorsa notte Penelope ha reso la vita impossibile ai miei familiari, grattando tutte le porte e piangendo, perché io ero fuori casa. Se da una parte – lo ammetto con serenità :P – la cosa mi lusinga e mi inorgoglisce, dall’altra mi rendo conto che potrebbe costituire un grosso limite, per me e per lei. In questa stagione in cui le vacanze si avvicinano, la questione diventa effettivamente problematica, dal momento che mi piacerebbe trascorrere qualche giorno lontano da casa, e non posso certo pensare di portare Penelope in campeggio con me e il mio fidanzato.

Come si fa a creare le condizioni perché un gattino impari a stare senza il proprio punto di riferimento principale senza sentirsi spaesato e impaurito? Proverò certamente a fare ricorso al famoso feliway, ma in fondo non credo che i ferormoni artificiali equivalgano alla panacea. Proverò, nel corso di queste serate, a trascorrere un po’ di tempo sul letto di mio fratello con lui e la micina, sperando che, progressivamente, il contatto con quegli spazi le suggeriscano di andare da lui, quando io non ci sono.

I bilanci un anno dopo.

L’estate è arrivata d’improvviso anche in Lombardia, e la mia gattina incomincia, dopo un anno di casa e sporadiche esperienze al guinzaglio, a godersi il sole e un briciolo di libertà in giardino. Adesso che ho superato i sensi di colpa legati alla mia scelta di non lasciarla uscire fuori, proprio oggi che festeggio un anno dall’adozione della mia Penni, posso esprimermi con più lucidità circa le caratteristiche del mio animale, e tirare un po’ le somme sul carattere che dimostra di avere.

Penelope ama il giardino, è curiosa e attiva, si gode il sole e si rotola sulle beole e sulle pietre, ma credo che per ora la paura abbia la meglio. Complessivamente, il suo ambiente rimane quello della casa, ed è lì che sceglie di trascorrere la maggior parte del tempo. Se io non rimango fuori con lei, mi segue ed entra, e una volta entrata non formula la richiesta di uscire nuovamente. Credo che il carattere ormai si sia formato, e che le esperienze l’abbiano trasformata in un gatto più abile nel comprendere i segnali umani di quelli dell’ambiente esterno. Ciò che ama davvero della casa di Como, rispetto all’appartamento milanese, è lo spazio. Le piace correre sù e giù per le scale, isolarsi in stanze semi-inesplorate, godersi il salone e i corridoi. Questo è ciò di cui sembra avere più bisogno, e di cui mi dispiace privarla ogni tanto. Nonostante ciò nutro la convinzione che la sua capacità di legarsi agli umani -capacità che ho tentato di potenziare in ogni modo – costituisca il pilastro imprescindibile del suo equilibrio. Dopo un anno di vita insieme, posso dire di avere più cose da capire di quelle che ho capito, ma certamente so che la mia gattina non potrebbe stare da sola, non potrebbe rinunciare alle chiacchierate che si fa con noi umani, e forse farebbe altrettanta fatica a separarsi da me.

In cucina con il gatto: Sushi vegetariano?

Esiste!

Questa volta non ho una ricetta da proporre – decisamente troppo complesso per me – ma mi limiterò a ricordarvi che al vegetariano il sushi non è precluso. Molti non sanno che esistono varie opzioni di sushi al tofu, al philadelphia, all’avocado, alle carote, alle zucchine.. e sono tutte buonissime, leggere e prive delle eventuali controindicazioni del pesce crudo, che può creare alcuni fastidi soprattutto se non è freschissimo. Se non li trovate nella lista, non abbiate paura di chiedere: al cuoco non creerà alcun fastidio sostituire il pesce con verdure a suo piacimento :D

Libertà e automatismi

I gatti, rispetto ai cani, sono oggettivamente meno vincolati a certi automatismi “impostati dal padrone”. Intendo dire che il rapporto tra azione e reazione è meno prevedibile: sfido chiunque a scommettere una lira sul fatto che il proprio micio risponda sistematicamente a qualsivoglia “comando”. E’ proprio vero che, al massimo, si può pensare di suggerire/invitare/incoraggiare/proporre qualsiasi cosa al proprio felino, sapendo che spetterà sempre a lui di decidere se corrispondere o meno alla richiesta – e generalmente, pur dando chiaro segno di aver capito tutto, NON corrisponderà :P .

E’ proprio nel quadro di questa ancestrale libertà interiore che certi comportamenti felini risultano ancor più degni di nota. Ad esempio, la mia micina non rinuncia mai a rispondere quando la chiamo. Il nome “Penelope”, pronunciato esclusivamente dalla mia voce (lasciatemi vantare questa esclusiva!), suscita in lei un’immediata, sistematica, costante reazione. Nella maggior parte dei casi, la piccola arriva, si fa vedere, si avvicina. In alternativa, emette un miagolio tutto particolare, che significa proprio “Ho sentito, tutto bene, sono qui, ma ho da fare e non posso venire”.

Quando la mia chiamata interrompe inavvertitamente il suo sonno, si gira e mi fa gli occhioni languidi che vedete qui sotto :)

Sua Pelosa Maestà

Se c’è una cosa che adoro dei gatti è la loro propensione ad apparire sempre compiti e “dignitosamente superiori” anche nelle circostanze più ridicole. La nonchalance con cui si mettono in posa qualunque cosa stiano facendo li rende irrimediabilmente buffi. Guardate con quale invidiabile grazia la mia micina ci osserva dalla fontanella del nostro giardino, mentre tutti noi deridiamo (senza farci beccare) la sua passione/ossessione nei confronti di lavandini-rubinetti-vasche da bagno-water e chi più ne ha più ne metta.
Sono certa che se potesse scegliere un mestiere umano, farebbe l’idraulico o la rivenditrice di sanitari.

Prima di adottare Penelope, questa smania felina di compitezza mi sembrava una forma di ostentato divismo, che mi trasmetteva una certa antipatia. Oggi posso dire che non c’è nulla di più ridicolo e tenero di un gatto che fa il sostenuto e si pavoneggia della propria pelosa beltà :)

Sovrainterpretazioni feline

Sarò io che esagero, eppure in fondo sono certa di avere ragione.

Mercoledì scorso sono andata a Losanna e tornata a Milano in giornata, lasciando eccezionalmente tutto il giorno la piccola Penelope in casa da sola. Dalla sera prima, inoltre, il mio fidanzato si era trasferito nel nostro appartamentino, suscitando le ire della micia, che nutre una forma di malcelata gelosia nei suoi confronti.

Dopo una notte trascorsa per sua felina volontà lontana dal letto che solitamente condivide con me, è rimasta da sola dalle 6.00 fino alle 21.00, quando, stanchi morti, io e il mio fidanzato abbiamo varcato l’agognata soglia di casa. Ad aspettarci, davanti alla porta – scusate la necessaria scurrilità – una bella chiazza di inspiegabile vomito. Inspiegabile perché Penelope, che pur soffre di mille allergie alimentari, non aveva mai rimesso, e ribadisco MAI, i suoi croccantini ipoallergenici-salva-vita. Come potrete facilmente immaginare, non ho resistito alla tentazione di “sovrainterpretare” quella reazione apparentemente tutta fisica come la manifestazione di un chiaro disappunto. Mi risulta davvero difficile pensare pensare che questa inusuale vomitata sia stata casualmente piazzata proprio davanti alla porta. Un modo per attirare l’attenzione? Per manifestare un disagio? Per costringermi a pulire? BAH.

Senza pretendere di avervi persuasi, vi lascio qui sotto alcune foto della “primavera” in Val d’Aosta (se così qualcuno ha davvero il coraggio di chiamarla!) in cui ci siamo imbattuti lungo la strada, di uno scorcio di Losanna e della viziatina del mio cuore <3 ;)